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Venezia è una città che conosco molto bene: una specie di labirinto dove è facile perdersi.
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Una sera andai al Ridotto a vedere una commedia, ma all'uscita dal teatro vi trovai una nottata avvolta dalla nebbia più profonda che avessi mai visto. Per arrivare a casa mia, mi persi nei meandri più strani di una città che, quella notte, fu davvero una città solamente di luci ed ombre. Le luci dei lampioni si vedevano appena e le ombre di una notte buia e profonda senza una stella in cielo, non servivano nemmeno ad indicare la via al viandante stanco ed affamato. La nebbia sembrava fumo bianco che si muoveva e si spostava come un fantasma, ma di fantasmi non ce n'era uno solo, ce n'erano tanti, solo gli esseri umani erano spariti. L'unica presenza concreta era la mia. Era come vivere in un altro mondo, un mondo diverso da questo, ed io ero l'unico essere vivente di tutto quel mondo spettrale. Che sensazione di potere, essere l'unica padrona di quel mondo fantastico! Mi sentivo un essere libero, felice, senza legami e doveri. Mi sentivo grande, e non avevo età. Era come avere l'età del mio mondo fantasma, l'età della libertà. Dall'alto del mio potere, e dall'alto di un ponte, abolii ogni tipo di stupidità e cattiveria, e detti il via libera all'allegria e alla fantasia. In una piazza grandissima c'erano solo rari lampioni la cui debole luce era immersa nella nebbia bianca. La nebbia era in continuo movimento e formava dei disegni allegorici in punti inimmaginabili, sia lontano, anche lontano nel tempo, sia vicino; ma così vicino, da poterli toccare. Alle volte li sentivo anche dentro di me. Sentivo qualche cosa d'immenso, senza confini. Se c'erano confini non si vedevano e io non volevo che ci fossero. Allargai le braccia e ballai, lentamente, seguendo con attenzione solo il ritmo del mio cuore. Ballando finii per trovarmi davanti ad un altro ponte. Feci i gradini prima con una gamba sola, poi li ridiscesi, con l'altra gamba. Non c'era nessuno a sgridarmi, nessuno che potesse dirmi quello che dovevo o non dovevo fare. Un'ondata di nebbia bianca mi avvolse ed io l'abbracciai. Fu come abbracciare qualcosa di molto amato, di molto vicino alla mia capacità di capire. Alla mia capacità di concepire la libertà. Esistevo, oppure no? Esistevo, purtroppo. Ad un certo punto mi ritrovai davanti al portone di casa mia. Era di legno con ferro battuto. Inconfondibile. Non avrei voluto farlo, ma lo aprii ugualmente Una volta chiuso il portone alle mie spalle, tutto finì. Sparirono i fantasmi e soprattutto sparì la libertà di fare ciò che desideravo fare; quella libertà, alla quale anelavo tanto. Avrei voluto scappare. Invece chiusi il portone in faccia alla libertà, per entrare... nella casa del dovere.
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Lucmerenda
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