mercoledì 26 dicembre 2007

Rotta verso Argelius

Qui, diario del capitano Prix.Data astrale 27.4 / Rotta verso Argelius.

Per l'ultima volta chiamai Greg, il mio secondo pilota e gli affidai il comando dell'astronave. L'indomani il mio incarico sull'Intrepidus sarebbe finito. Qui, si concludeva il mio servizio per la Flotta Stellare.

- A lei il comando Greg. Ora stavamo viaggiando verso Argelius, un pianeta dove avrei vissuto per il resto della mia vita. Dopo aver passato gli ultimi vent'anni a cercare di sedare una guerra in corso da sempre, tra Terminus e Nerva7 per il predominio su Dagobah, e quindi impossessarsi delle miniere di duranio e tungsteno, ora ero stanca. Tutti quelli che amavo, sul mio pianeta d'origine, erano morti da tanto tempo. A furia di viaggiare alla velocità della luce, ero sopravvissuta a tutti quelli che amavo e che un tempo vissero sulla Terra. Era inutile ritornare li, per me non c'era più nessuno. Mi sarei invece fermata per sempre su Argelius, pianeta veramente confortevole, dove la flotta stellare mi aveva assegnato una casa sulle rive di un lago, accanto ad una parete montuosa con la guglia più alta imbiancata di neve. Entrai nel mio alloggio e subito andai a farmi una doccia. Appoggiai le palme delle mani sulla piastra elettronica ed immediatamente l'acqua usci da ogni direzione, mentre gli arti che uscirono dalla parete, m'insaponarono e massaggiarono, mi sciacquarono ed asciugarono, e mi massaggiarono ancora. Finita la doccia, dal distributore automatico, ritirai la mia cena. Dopo mangiato desiderai andare nella sala Ologrammi. Questa sarebbe stata l'ultima volta che entravo in quella sala. Scelsi ed inserii la scheda nell'apposita fessura ed io entrai in quel tempo che avevo programmato e subito vidi la vecchia casa dove nacqui. Sulla porta c'era mia madre ed io m' avvicinai a lei e l'abbracciai, mentre lacrime d'impotenza mi scivolavano sulle guance. Lei mi accompagnò verso un divano da giardino, e lì ci sedemmo e ci abbracciammo ancora. Sapevo che non l'avrei rivista mai più. Appoggiai la testa sulla spalla della mamma e vidi passarci appresso, uno per volta, tutti i volti che un tempo avevo amato, e che il mio cuore amava ancora. Mi voltai verso l' uscita della sala Ologrammi e velocemente oltrepassai la soglia, con l'angoscia nel cuore. I miei e la mia casa non li avrei rivisti mai più. Non esistevano più. Quella notte dormii poco e ad intervalli. C'era sempre un incubo a svegliarmi. Alla mattina indossai la divisa per l'ultima volta e dopo una breve cerimonia, salii sulla mia navicella spaziale dove inserii le coordinate ed il pilota automatico, poi partii verso la mia nuova vita. Nella spirale della nostra galassia, Argelius si perdeva in mezzo a miliardi di pianeti e a milioni di stelle.La mia navicella atterrò in mezzo ad un grande prato verde e proprio lì, scesi e mi guardai attorno. Sulla mia destra c'era un lago molto bello e ricordai che una volta io adoravo andare in barca. In questo mondo avrei potuto andarci ancora. Gli alberi giganteschi lasciavano cadere nell'acqua le cime dei loro rami più bassi, dove tra quelle foglie crescevano dei fiori stupendi che galleggiavano. Un venticello leggero s'insinuò tra i miei capelli e sembrava volesse dirmi di non temere nulla. Non era finito niente, era finita solo la mia carriera militare. Un'altra vita stava per iniziare. Quello che stavo guardando mi sembrava incantevole, ed il mio cuore si liberò dalla paura. Sulla sinistra si ergeva la montagna con la cima imbiancata dalla neve e sembrava messa li apposta per proteggere la casa che vedevo di fronte a me, bellissima, che mi invitava ad entrare. Il posto che avevo raggiunto e che tanto avevo temuto, non era una punizione. Dall'ingresso della mia casa uscì un uomo che mi disse:- Sono Wrodg, capitano Prix, il suo cameriere: desidera qualcosa?- No grazie Wrodg! Voglio guardare questo posto. E' meraviglioso!- Si capitano, è il più bello della zona, e la sotterranea per arrivare in città è vicina. Qui, non manca nulla. Wrodg rientrò in casa ed io finalmente, dopo tanto tempo, sorrisi. Si, sorrisi alla vita. Quella nuova, che con gioia stava iniziando. Mi avvicinai lentamente alla soglia della mia nuova casa e mentre entravo, sentii il vagito di un piccolo essere umano appena venuto al mondo. La mia essenza corse da lui, mentre il mio vecchio corpo si sperdeva tra le o­nde anomali del tempo.

Qui diario del capitano Greg.Data astrale 28.4 / Rotta verso Argelius. Comunico ufficialmente alla Flotta il decesso del capitano Prix, avvenuto all'alba di questo triste giorno.

Lucmerenda

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martedì 25 dicembre 2007

domenica 23 dicembre 2007

LEGGENDA

Si chiamava Fleming ed era un povero contadino scozzese. Un giorno, mentre stava lavorando, sentì un grido d'aiuto venire da una palude vicina. Immediatamente lasciò i propri attrezzi e corse alla palude. Lì, bloccato fino alla cintola nella melma nerastra, c'era un ragazzino terrorizzato che urlava e cercava di liberarsi.Il fattore Fleming salvò il ragazzo da quella che avrebbe potuto essere una morte lenta e orribile...Il giorno dopo una bella carrozza attraversò i miseri campi dello scozzese; ne scese un gentiluomo elegantemente vestito che si presentò come il padre del ragazzo che Fleming aveva salvato: "vorrei ripagarvi" gli disse il gentiluomo, "avete salvato la vita di mio figlio". "Non posso accettare un pagamento per quello che ho fatto" replicò il contadino scozzese rifiutando l'offerta. In quel momento il figlio del contadino si affacciò alla porta della loro casupola. "E' vostro figlio?" chiese il gentiluomo." "Si" rispose il padre orgoglioso. "Vi propongo un patto: lasciate che provveda a dargli lo stesso livello di educazione che avrà mio figlio. Se il ragazzo somiglia al padre, non c'é dubbio che diventerà un uomo di cui entrambi saremo orgogliosi" E così accadde. Il figlio del fattore Fleming frequentò le migliori scuole dell'epoca, si laureò presso la scuola medica dell'ospedale St.Mary di Londra e diventò celebre nel mondo come sir Alexander Fleming, lo scopritore della penicillina. Anni dopo, lo stesso figlio del gentiluomo che era stato salvato dalla palude si ammalò di polmonite. Questa volta fu la penicillina a salvare la sua vita. Il nome del gentiluomo era lord Randolph Churchill e quello di suo figlio sir Winston Churchill.

Anonimo

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giovedì 20 dicembre 2007

NEBBIA

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Venezia è una città che conosco molto bene: una specie di labirinto dove è facile perdersi.
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Una sera andai al Ridotto a vedere una commedia, ma all'uscita dal teatro vi trovai una nottata avvolta dalla nebbia più profonda che avessi mai visto. Per arrivare a casa mia, mi persi nei meandri più strani di una città che, quella notte, fu davvero una città solamente di luci ed ombre. Le luci dei lampioni si vedevano appena e le ombre di una notte buia e profonda senza una stella in cielo, non servivano nemmeno ad indicare la via al viandante stanco ed affamato. La nebbia sembrava fumo bianco che si muoveva e si spostava come un fantasma, ma di fantasmi non ce n'era uno solo, ce n'erano tanti, solo gli esseri umani erano spariti. L'unica presenza concreta era la mia. Era come vivere in un altro mondo, un mondo diverso da questo, ed io ero l'unico essere vivente di tutto quel mondo spettrale. Che sensazione di potere, essere l'unica padrona di quel mondo fantastico! Mi sentivo un essere libero, felice, senza legami e doveri. Mi sentivo grande, e non avevo età. Era come avere l'età del mio mondo fantasma, l'età della libertà. Dall'alto del mio potere, e dall'alto di un ponte, abolii ogni tipo di stupidità e cattiveria, e detti il via libera all'allegria e alla fantasia. In una piazza grandissima c'erano solo rari lampioni la cui debole luce era immersa nella nebbia bianca. La nebbia era in continuo movimento e formava dei disegni allegorici in punti inimmaginabili, sia lontano, anche lontano nel tempo, sia vicino; ma così vicino, da poterli toccare. Alle volte li sentivo anche dentro di me. Sentivo qualche cosa d'immenso, senza confini. Se c'erano confini non si vedevano e io non volevo che ci fossero. Allargai le braccia e ballai, lentamente, seguendo con attenzione solo il ritmo del mio cuore. Ballando finii per trovarmi davanti ad un altro ponte. Feci i gradini prima con una gamba sola, poi li ridiscesi, con l'altra gamba. Non c'era nessuno a sgridarmi, nessuno che potesse dirmi quello che dovevo o non dovevo fare. Un'ondata di nebbia bianca mi avvolse ed io l'abbracciai. Fu come abbracciare qualcosa di molto amato, di molto vicino alla mia capacità di capire. Alla mia capacità di concepire la libertà. Esistevo, oppure no? Esistevo, purtroppo. Ad un certo punto mi ritrovai davanti al portone di casa mia. Era di legno con ferro battuto. Inconfondibile. Non avrei voluto farlo, ma lo aprii ugualmente Una volta chiuso il portone alle mie spalle, tutto finì. Sparirono i fantasmi e soprattutto sparì la libertà di fare ciò che desideravo fare; quella libertà, alla quale anelavo tanto. Avrei voluto scappare. Invece chiusi il portone in faccia alla libertà, per entrare... nella casa del dovere.
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Lucmerenda
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Il Titanic